C'è una domanda che attraversa silenziosamente i due film più recenti di Kristoffer Borgli, Sick of Myself (2022) e The Drama (2026), ed è più o meno questa: quanto di quello che mostriamo agli altri è davvero nostro?
Nei suoi film l'arte e il design non sono mai semplice arredamento. Sono il modo in cui i personaggi costruiscono - o rubano - un'identità.
Sick of Myself: rubare per essere qualcuno
Thomas, il fidanzato di Signe in Sick of Myself, è uno scultore che trasforma mobili di design rubati in opere d'arte. Borgli ha raccontato di essersi ispirato a una storia vera: a Oslo, un gruppo di persone rubava mobili costosi durante eventi ed occasioni pubbliche, sfruttando la fiducia - e la discrezione - tipiche dell'ambiente norvegese. Borgli seguì la vicenda mentre il film era in produzione, e alcuni dei responsabili furono arrestati proprio in quel periodo.
C'è un dettaglio che rende tutto più interessante: Eirik Sæther, che interpreta Thomas, è nella vita reale un artista, ed è stato anche consulente artistico del film. Il problema, racconta, era far capire subito allo spettatore che quei mobili erano diventati "arte": le prime composizioni erano troppo sottili, il pubblico non ci arrivava. La soluzione fu impilarli in modo quasi brutale, come dei ready-made - oggetti rubati, ammucchiati, esposti senza vergogna.

In questo film l'arte nasce da un atto di possesso illegittimo. Thomas non crea nulla: si appropria, letteralmente, di ciò che vuole che gli altri vedano.
The Drama: costruire un'identità con ciò che si sceglie
In The Drama, il protagonista Charlie è già dentro l'istituzione artistica - è il curatore di un museo (girato nella vera Addison Gallery of American Art di Andover, Massachusetts) - e la sua identità si costruisce attraverso ciò che sceglie di guardare, collezionare, curare.
La production designer Zosia MacKenzie è stata categorica: niente "prop art", niente oggetti di scena meramente decorativi. Ogni opera nell'appartamento doveva essere vera, perché Charlie, da curatore, si sarebbe costruito una collezione reale, scegliendo artisti veri. La squadra ha cercato tra gli artisti di Boston, New York e Los Angeles, ma ha coinvolto soprattutto amici di Borgli, molti dei quali norvegesi - tra cui lo stesso Eirik Sæther, la cui opera Photocall compare nell'appartamento.

Tra le opere identificate: Shambolic Figure di Tristan Unrau, il grande dipinto sopra il camino - una figura quasi liquefatta, posizionata non a caso proprio alle spalle di Charlie durante alcune delle conversazioni più cariche del film; Peony II di Sara Cwynar, un fiore dai colori saturi, bellissimo a colpo d'occhio ma con alcuni petali già caduti; Shell, una grande fotografia di Bjarne Bare, artista norvegese trapiantato a Los Angeles. E poi John Gall, Max Siedentopf, Danielle Orchard, Jerry Hsu, Seth Fluker, Hans Hartung: nomi che la produzione non tratta come riempitivo, ma come parte della costruzione dell'ambiente di Charlie.

Anche il design segue la stessa logica: un divano Knoll, poltrone di Charles Pollock, tavolini di Josef Albers, sedie Cesca spaiate, il tavolo Cross Extension di Matthew Hilton, lampade di Isamu Noguchi e altri pezzi di illuminazione scelti con cura. L'imperfezione - sedie diverse, comodini spaiati - è voluta: MacKenzie non voleva una casa da catalogo, ma una casa che raccontasse due persone ancora in costruzione. Secondo il suo modo di vedere, l'appartamento doveva essere sì curato e "studiato", ma anche davvero abitato.
Un filo tra i due film
Collegando idealmente i due film, la differenza è tutta lì: Thomas si appropria letteralmente di oggetti che non gli appartengono, mentre Charlie ha interiorizzato il sistema al punto da viverci dentro, costruendo con cura un'immagine di sé attraverso ciò che espone. The Drama aggiunge un livello in più: l'appartamento diventa una specie di mostra curata da Charlie - solo che l'opera esposta, senza che lui lo sappia ancora, è la sua stessa relazione.
E poi c'è Eirik Sæther, che attraversa entrambi i film in tre modi diversi: interpreta l'artista-ladro in Sick of Myself, è artista vero nella vita reale, e in The Drama la sua opera compare tra quelle scelte da un personaggio che, di mestiere, sa riconoscere l'arte vera.




